Pillole di storia del mese di MAGGIO 2016...

Tratto dal libro "GUERRA E RESISTENZA IN CADORE"

di Walter Musizza e Giovanni De Donà

 

(Capitolo "Gli avvenimenti dall' 1 al 15 settembre '44")

 

 

...siamo nel 1944 - estratto che riguarda il nostro Comelico...

 

.....segue dal mese di aprile 2016

 

Continua   ......

 

Così racconta invece lo scontro di Presenaio G. Gallo:
 

... attaccammo due camion tedeschi nella valle del Piave all'altezza di Presenaio, provenienti da Sappada. Colti di sorpresa i soldati scappavano da tutte le parti, internandosi tra i massi del fiume e il bosco, trascinandosi dietro i feriti, e infine si rifugiarono in una casa isolata ai bordi della strada statale. Noi si sparacchiava poco convinti perché non è facile, neanche avendo in corpo un odio profondo, ammazzare gente che fugge. Cosicché a mezzogiorno la situazione era questa: trenta tedeschi, guidati da un ufficiale, asserragliati in casa, e noi quindici partigiani a stringerli d'assedio. Si trattava di militari della Wehrmacht e non ci risultava che, al presidio, avessero commesso scelleratezze.

Il blocco si trascinava da un po' di tempo, con isolati colpetti da una parte e dall'altra, quando decisi di interpellare il nemico col mio linguaggio tedesco scolastico e vagamente letterario. Gridai che si arrendessero altrimenti morivano tutti, che avremmo dato fuoco alla casa e finivano arrostiti.... L'ufficiale, per nulla intransigente e propenso ai conversari, proclamò che erano soldati, invocò l'onore militare, il rischio di rappresaglie contro i loro familiari se gettavano le armi. In conclusione tiravano in lungo e non si arrendevano.

A quel punto ero abbastanza infastidito: uscii allo scoperto e mi avvicinai alla casa assediata fin sotto alle finestre, sicuro che non mi avrebbero sparato addosso. Si affacciarono l'ufficiale e alcuni soldati. Dissi serio, sempre in tedesco aulico, che avrebbero avuto salva la vita e li avremmo trattati secondo il diritto internazionale.
 

Il tenente della Wehrmacht, mezzo esitante e mezzo convinto, replicò» "Non siete in condizione di fare prigionieri, noi ci arrendiamo e voi ci ammazzate". Gli risposi che eravamo soldati anche noi e non briganti,  lui si accorse che stavo perdendo la pazienza. "Tuttavia...". Mi venne un colpo di noia e un colpo di fantasia. Pronunciai solennemente, ad alta voce perché sentissero tutti, un detto germanico che mi era rimasto in orecchio dai banchi di scuola: "Ein Mann, ein Wort" (Un uomo ha una sola parola).

Si arresero immediatamente e uscirono dalla loro tana consegnando le armi. Potenza dei proverbi tedeschi. Facemmo curare dal medico di S. Stefano i feriti e poi inviammo i prigionieri al campo di raccolta di Ampezzo nella "Zona Libera" della Carnia, dove furono trattati bene, nei limiti del possibile, sfamati anche dai valligiani. Molti di loro sono certamente tornati a casa e forse oggi ricordano ancora quei partigiani cadorini e carnici, quelle popolazioni miserabili della montagna povera che avevano conservato, in una lotta spietata, la pietà umana».

Nel conciliabolo per pattuire le condizioni di resa un ruolo importante sarebbe stato ricoperto da Giovanni De Martin Pinter, che avrebbe persuaso i tedeschi a consegnare armi e munizioni (4 mitragliatrici, 14 fucili Mauser, 16 bombe a mano, 1 cassetta di cartucce a nastro), salvando così Presenaio dalla prevedibile ritorsione nazista nel caso i soldati fossero morti nel rogo.

Questi avvenimenti esposero naturalmente tutto il Comelico ai rischi della rappresaglia tedesca, le cui prime avvisaglie si ebbero in effetti il pomeriggio del 7 settembre. Ecco come affrontò la situazione il Podestà di S. Stefano G. Fontana, che proprio allora era intento a presiedere una riunione del "Comitato Consultivo":

... mentre si discuteva sulla situazione, pervenne una telefonata da Candide annunciante l'arrivo di una colonna di gendarmi tedeschi. La riunione si sciolse ed io rimasi solo. Istantaneamente la notizia si diffuse, causando un panico generale. Mi telefonò subito mia moglie consigliandomi di allontanarmi anch'io, e le risposi che questo era invece il momento di rimanere al mio posto.

Uscii dal Municipio per recarmi a tranquillizzarla, vidi i negozi e l'Ufficio Postale abbassare le saracinesche, rientrai ed incaricai il capo delle Guardie di ordinarne la riapertura, per non presentare il paese in veste di colpevole. Ritornato a casa, arrivarono in bicicletta due operai da Campolongo, che lavoravano a Comelico Superiore, con l'incarico del comandante della colonna di avvisarmi di preparare gli alloggi. La colonna arrivò sull'imbrunire, si fermò all'inizio del paese davanti
l'ex caserma dei carabinieri. Mi recai ad incontrarli insieme a Emilio Grandelis, che conosceva il tedesco. Fummo accusati di essere tutti banditi, ci difendemmo dicendo come al solito che i partigiani erano forestieri. Troncato il colloquio, mi ordinarono di provvedere un'ambulanza, ma anche l'autista dell'ambulanza, come molti altri, era fuggito nei paesi alti. Sperai che Guido Petris e Giuseppe Da Rin fossero rimasti a casa. Li mandai a chiamare. Vennero subito e dopo aver sfondato la porta del garage, mentre si stava mettendo in moto l'ambulanza, arrivò un camion di SS da Cortina.

Dopo un breve colloquio dei comandanti coi gendarmi, mi fecero montare sul camion, vi salì pure volontariamente Guido Petris, dicendomi: "Non ti lascio solo!". Si andò a Mare e le donne dell'albergo Fabian vedendoci si rincuorarono, perché anche qui gli uomini erano fuggiti. Trovammo i feriti, per quanto possibile, ben curati, con generi di conforto, latte e uova sui comodini. I tedeschi sistemarono i feriti su dei materassi e fecero rimontare anche noi sul camion, con la speranza che ci scaricassero a S. Stefano. Non conoscendo il tedesco eravamo all'oscuro delle loro intenzioni. Verso le ore 22 scendemmo in piazza, il paese era buio e deserto e rincasammo. Trovai mia moglie ed i figlioli piangenti poiché erano rimasti senza alcuna notizia di quanto mi fosse accaduto e pensavano ormai a tutte le peggiori ipotesi.

Fui svegliato all'alba. La mia casa era circondata con postazioni di fucili mitragliatori. Scesi e dovetti far entrare il comandante e l'interprete. Furono poste sentinelle nel corridoio e si accomodarono nel salotto, con una sentinella alla porta. Mi ingiunsero di recuperare le salme, di far preparare la cassa per l'ucciso nello scontro, croci costruite secondo la loro usanza e corone di fiori. Proposi di seppellirli nel cimitero militare. La visita al cimitero, dove le tombe erano uguali e ben curate, sia per i caduti italiani come per quelli austriaci della guerra 1915-18, allentò un po' la tensione. Le salme furono recuperate dai vigili del fuoco, al comando del brigadiere Candido De Candido, accompagnato da Guido Petris e da Emilio Grandelis. La tumulazione alla quale dovetti assistere fu salutata da scariche di mitra e di fucili e da un discorso del comandante che promise vendetta, tradottomi da Enrico Danieli.

Nei primi giorni di permanenza dei gendarmi dovetti provvedere a far macellare un capo di bestiame per loro. A Campolongo si macellava per i partigiani stanziati nella Val Frison ed in Antoia.

La signora Giovanna Fabian, ormai ultranovantenne, ricordava che dei due feriti tedeschi portati nel suo albergo, uno, di cognome Albin, soldato semplice, era gravemente ferito al ventre e morì di peritonite pochi giorni dopo nella stanza n. 8. L'altro, un sergente di alta statura, al quale "Ludi" aveva fasciato un braccio, venne messo nella stanza n. 6: era molto debole per il molto sangue perduto ma riuscì a salvarsi e fu portato via da suoi compagni.