Pillole di storia del mese di NOVEMBRE 2016...

Tratto dal libro "GUERRA E RESISTENZA IN CADORE"

di Walter Musizza e Giovanni De Donà

 

(Capitolo "I rastrellamenti di ottobre e il frazionamento della Calvi")

 

 

...siamo nel 1944 - estratto che riguarda il nostro Comelico...

 

.....segue dal mese di OTTOBRE 2016

Continua   ......

Dopo che il 13 ottobre si segnalò per la parziale distruzione del ponte ferroviario tra Calalzo e Perarolo, sotto la "Gessifera", si arrivò il giorno 14 ad una triste, ma in qualche modo annunciata, decisione: la rinuncia alla resistenza armata con il relativo scioglimento del movimento partigiano in Cadore. I grandi rastrellamenti tedeschi in corso, l'esaurimento delle scorte, la vieppiù crescente difficoltà di assicurare rifugi e rifornimenti a consistenti gruppi di uomini in armi in montagna, anche per la non sufficiente collaborazione assicurata dalle popolazioni locali, indussero il Comando Brigata ad iniziare la vera smobilitazione. Non si trattava certo della rinuncia definitiva alla lotta, bensì di un provvedimento che, seppur doloroso, appariva lucido e pragmatico: non compromettere le forze disponibili e conservarle per la ripresa della lotta una volta passato l'inverno, ora nuovo e grande nemico, perché tagliava non solo i viveri, ma pure gli spostamenti e quindi la stessa operatività in una zona contraddistinta da valli strette e dominate da  alte montagne.

E infatti l'inverno '44-'45 risultò davvero crudele, con neve abbondante e precoce, nonché con temperature assai rigide. Ciò non impedì peraltro che ristretti gruppi di combattenti, fisicamente idonei e fortemente motivati, rimanessero mobilitati in sicuri rifugi d'alta montagna, proprio per assicurare al movimento la necessaria continuità strategica e morale. Afferma Fornasier:

Era un momento delicatissimo, la popolazione era inquieta, non c'erano viveri, mentre nessun aiuto si poteva sperare dai CLN, che si erano eclissati. Si decise pertanto di sospendere ogni attività militare, occultare il materiale e mandare a casa tutti quelli che potevano farlo e che non erano troppo compromessi. Gli altri decisero di nascondersi a piccoli gruppi sulle montagne o di andare in altre zone.

Intorno ai primi di novembre "Paolo" avrebbe dunque ceduto il comando e in quello scorcio di stagione i capi effettivi della "Calvi" sarebbero divenuti Carlo Orler "Alberto" e Severino Rizzardi "Tigre" di Auronzo, trovandosi però a dirigere solo pochi distaccamenti, formati per lo più da tre-quattro persone, sostenute non più dai CLN, ma esclusivamente dalle proprie famiglie.

La decisione dello scioglimento era collegata naturalmente alle notizie provenienti dalla vicina Carnia, che inducevano i più compromessi a rimanere latitanti e quelli meno coinvolti a cercarsi una propria soluzione, secondo i singoli casi e le varie contingenze personali e locali. L'intendimento era però sempre quello di mantenere i contatti, di conservare in qualche modo la struttura dell'organizzazione e di essere pronti alla successiva chiamata.

In effetti la maggior parte dei cadorini scelse di andare con la "Todt", ai lavori di fortificazione di Termine, fatto questo che fu ben accolto da parte dei tedeschi, che, con una sorta di "tolleranza5' accettarono il tutto senza infierire troppo, soddisfatti già di tenere sotto controllo tanti ex partigiani, piuttosto che saperli nascosti in montagna. Del resto i nazisti erano freschi reduci dell'esperienza avuta in Jugoslavia, dove avevano imparato come pochi uomini, senza scendere mai in campo aperto, potessero tener testa ad un esercito agguerrito: meglio dunque per loro evitare, almeno per il momento, crudeltà ed accanimenti che avrebbero rischiato di dar nuova linfa ad un movimento già di per sé in chiara difficoltà.

Come da noi già più volte sottolineato, un'importanza determinante ebbe pure la paura delle rappresaglie sulla popolazione civile. Paradigmatica è in tal senso l'esperienza di Aldo Baldissaruti "Baldo", costretto, come tanti altri, a scelte dolorose ma necessarie:

Quando sciolsero la Brigata ci dissero di tornare alle nostre case e di lasciare in "Antoia" tutte le armi che i CLN locali avrebbero provveduto a nascondere. Siamo partiti in tre o quattro di S. Stefano e siamo tornati a casa. Ci siamo arrivati proprio il giorno in cui i tedeschi stavano facendo il primo grande rastrellamento, il 12 ottobre. Fummo avvisati in tempo dalla guardia comunale che i tedeschi volevano tutti in piazza, ma che fare? Nei fienili infilzavano il fieno con le baionette, per cui non era il caso di cercare là rifugio. Noi, come tanti altri, avevamo il gabinetto nell'orto, cosicché ci nascondemmo nel tombino della fogna, dove mia madre provvide a porre un sacco di fieno. Rimanemmo lì fino all'imbrunire, in mezzo agli escrementi, sfuggendo ai tedeschi che vennero a controllare il gabinetto ma non si accorsero di nulla. Poi col buio fuggimmo nei boschi circostanti e rimanemmo alla macchia per oltre 20 giorni sul Monte Col, dormendo sotto i baranci. In seguito mi portai più vicino al paese, dormendo in un giaciglio di fieno posto in un boschetto, e in dicembre, dopo l'uscita del bando che prometteva clemenza a chi si fosse presentato, scesi a lavorare alla "Todt" di Termine e qui rimasi fino a febbraio-marzo, quando fui ricontattato dalla Brigata.