Pillole di storia del mese di febbraio 2026...

...dal sito Comelico Cultura

La grande nevicata del 1911di Addolorata Martini Barzolai



Tra le tante vicissitudini causate dagli eventi
bellici, ci volle anche quella grande nevicata
dell'inverno del 1916 a rendere ancora più
dura la vita della nostra gente del Comelico
e dei soldati che erano in zona per le
operazioni militari.
Lo sgombero della neve
Per lo sgombero della neve dalle strade si
provvide, come per il trasporto de reticolati e
delle granate, con le manodopera dei civili,
specialmente delle donne e dei giovani. Il
primo lavoro le facemmo liberando dalla
neve la nuova strada, costruita per usi
militari, che da San Leonardo portava alle
Casere e oltre, per consentire ai soldati di
trasportare al fronte i materiali necessari.
lo allora avevo 13 anni. L'accordo con il
caposquadra era questo: spalare una
superficie di metri quattro per quattro per
una cifra che, se non ricordo male, era di
quattro lire.
Lo stesso lavoro lo facemmo sulla strada tra
Tamai e Aiaredo.
Quando terminammo il lavoro in queste
località, ci spostarono, allo stesso prezzo
pattuito, sulla strada nazionale tra Candide e
il Km. 24. Mi ricordo che il compenso ci
sembrava poco e allora decidemmo di
scioperare perché la paga venisse
aumentata, ma tutto si risolse in un nulla di
fatto, e così riprendemmo il lavoro.
Ci voleva, oltre alla buona volontà, anche la
forza fisica per maneggiare il badile e
buttare la neve oltre la superficie stradale.
Posso dire che tutti i capisquadra che si
sono succeduti in questo lavoro furono
molto comprensivi nei miei confronti e,
anche se non riuscivo a completare i miei
sedici metri quadrati, chiudevano un occhio
e mi pagavano per intero.
Alla sera, dopo una così dura giornata di
lavoro, eravamo tutte stanche morte, io più
di tutte per la mia giovane età (ai piedi
avevo le calze di lana nostrana e i "scapins"
- scarpetti di pezza).
Mi ricordo che una volta uno dei
capisquadra disse a mia madre: "La figliola
è piena di buona volontà, ma è da
incoscienti far fare simili lavori a una
bambina, dovresti tenerla a casa!". Ma io
continuai a lavorare perché in famiglia
eravamo molto poveri e quel po' di denaro
che guadagnavo era vitale per i nostri
bisogni.
Voglio ricordare, per un senso di doverosa
riconoscenza, i nomi di quei capisquadra:
Pioni dal Naine e Nuci d' Brode da
Casamazzagno, Valentin Proila da
Dosoledo. Vi era anche un signore che
abitava nella penultima casa, a destra a
Dosoledo, andando verso Padola, di cui ora
non ricordo il nome.
Ci sarebbero altri episodi da raccontare in
merito a quel lavoro, ma penso sia meglio
non dilungarmi troppo.

I funerali
Tra i tanti inconvenienti causati da quella
abbondante nevicata ci fu anche quello di
non poter seppellire i morti. Vicino a casa
nostra morì, in quel periodo, un uomo, ma
non fu possibile fare i funerali e portarlo in
cimitero e così i famigliari dovettero fare un
buco nella neve, nelle vicinanze della casa
metterci la bara e ricoprirla di neve, come in
un congelatore, e aspettare il tempo propizio
per seppellirlo nel cimitero del paese.
I soldati del sud
Grandi erano anche i disagi causati alle
truppe che erano stanziate in zona, in modo
particolare ai soldati che venivano dal sud
Italia e non erano abituati al clima rigido dei
nostri inverni.

Mi ricordo quando passavano sulla strada,
tra due muraglioni di neve le barelle con i
feriti o i morti, trasportate dai loro
commilitoni. I soldati, quando non erano in
servizio al fronte avevano bisogno di essere
sistemati al riparo dalle intemperie e, così, le
autorità militari obbligarono la gente del
posto a dare loro alloggio nelle case e nei
fienili. Anche in casa nostra vennero
requisite alcune stanze per ospitare i soldati.
Certamente né la nostra né le altre famiglie
fecero salti di gioia nel doverli ospitare.
Costatammo invece che tutti i soldati si
comportarono educatamente con noi, non
venimmo mai molestate, anzi se potevano ci
davano ogni tanto un po' del loro rancio. Ci
raccontavano della loro terra e delle loro
famiglie, perché grande era la nostalgia di casa.
Durante il giorno andavano a fare il loro servizio
e, al rientro, se erano bagnati, si asciugavano e
poi si riposavano.
Quello che mi ricordo molto bene è che la
nostra casa era diventata una specie di
stazione, di arrivi e partenze.
La cucina dei soldati
La cosiddetta "cucina dei soldati" era stata
sistemata dietro la casa dei Betta e dei Burnello
e, alle volte, potevamo avere dai cucinieri della
pastasciutta e del risotto, e posso dire che per
noi era una novità, sia la pasta sia il riso. I
cucinieri che preparavano il rancio per la Milizia
Territoriale erano di Casamazzagno e si
chiamavano: lacu d' Ione e suo cognato al
Rosin d' Sughi.